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La diatriba anti-anime

Lo spopolare di serie animate giapponesi nei palinsesti nostrani non fu però ben visto da tutti. Col passare del tempo iniziarono infatti a nutrirsi sempre più le fila di coloro che non apprezzavano tale prodotto. Arringhe e lamentele di genitori apprensivi, psicologi e giornalisti iniziarono ad

  • PokemonPokemon
imperversare sulle principali testate editoriali italiane. Decisi come non mai erano infatti uniti nel dichiarare guerra al passatempo preferito dei più giovani. Le motivazioni ? molteplici e disparate quanto lo erano i punti di vista. Il minimo comune denominatore era però che gli anime, a loro avviso, veicolavano ai ragazzi messaggi diseducativi e sbagliati.

L’apice della diatriba venne toccato quando nel Dicembre del 1997 in Giappone si verificò una crisi epilettica collettiva in seguito alla visione di una serie animata di successo come i Pokemon [vedi immagine]. La notizia apparve scritta a caratteri cubitali su tutte le principali testate giornalistiche italiane e ovviamente una situazione di generale allarmismo colpì l’intera popolazione. In realtà tale crisi di massa venne causata non dal prodotto trasmesso, ma al contrario dai metodi di trasmissione e di conseguente visione. Infatti il vero problema era dato dalle onde luminose emanate dagli apparecchi televisivi troppo intense e recepite in modo troppo ravvicinato. In poche parole qualsiasi cosa fosse stata trasmessa (quindi non necessariamente un anime e tanto meno i Pokemon) con quei determinati effetti speciali avrebbe scatenato la crisi. In questo caso però non si trattò di semplice  ignoranza da parte dei media italiani nel riportare la notizia, ma di puro sensazionalismo. Infatti un articolo a tutta pagina meglio si confece alle esigenze editoriali rispetto a un trafiletto. Cosa non da poco gli anime in quel periodo erano al centro di una bufera mediatica, il che faceva apparire il comunicato stampa come un ghiotto scoop. Le congetture sconclusionate e senza cognizione di causa vennero solo dopo:

II bambini vengono facilmente lasciati soli dagli adulti che sbrigativamente assolvono il cartone in quanto cartone, inconsapevoli che proprio i giapponesi per esempio, hanno costruito molti cartoni per adulti erroneamente poi somministrati in Europa ai bambini. Tristemente famoso fu per esempio il cartone Ken il guerriero, molto in voga qualche anno fa nelle reti televisive italiane. Ecco allora settecento bambini sprovvisti di allenamento alla creatività e al processo critico dell'esperienza. La mancanza di strumenti alternativi per affrontare il pericolo è spesso la causa di risultati traumatici e dolorosi del comportamento infantile. Il Giappone è tristemente famoso per pianificare, oggettivare cinicamente le emozioni, e questo è solo un triste esempio di cultura più votata all'auto-distruttività che alla progettualità del futuro delle proprie generazioni.

[Dichiarazione fatta da V. Slepoj, Domande di oggi, Oggi, n.52, 1997]