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L'arrivo degli anime in italia

I cartoni animati giapponesi giunsero in Italia il 4 settembre 1975 sulla Rete 2 della RAI. La serie animata Vickie il vichingo [vedi immagine], una coproduzione tedesco-nipponica Taurus Film/Nippon Animation realizzata nel 1974, fu la prima a raggiungere i nostri schermi. La cosa passò

  • Vickie il vichingoVickie il vichingo
inosservata; dopo tutto nel cartone la presenza giapponese era molto poco percepibile, dato che si riprendevano trame e personaggi di una serie letteraria creata nel 1965 dallo svedese Runer Jonsson, molto popolare nei paesi nordeuropei, di chiaro stampo umoristico.

Il 2 febbraio 1976 la Rete 1 della RAI iniziò infatti a trasmettere Heidi, altra famosissima coproduzione tra la giapponese Zuiyo con la tedesca München Merchandising. Quella che fu poi definita come una vera e propria invasione iniziò solo negli anni successivi. Si dovettero attendere infatti altri due anni prima di vedere un altro anime sugli schermi. Questo fu dovuto al fatto che molti sostenevano che acquistare prodotti dai mercati stranieri avrebbe portato un ulteriore indebolimenti nei riguardi dei già pochi studi di animazione italiani. Ma il prezzo estremamente invitante con cui le serie animate giapponesi erano vendute ebbe la meglio. Inoltre bisogna tenere in considerazione il fatto che iniziarono a modificarsi anche i palinsesti. Essi infatti cominciarono proprio in questo periodo a svilupparsi orizzontalmente e a costituirsi su fasce orarie, il che portò da una parte una scansione differente della vita sociale e dall’altra delle nuove necessità. Con un palinsesto simile, appare infatti chiara la necessità di avere un prodotto in grado di essere trasmesso quotidianamente. Gli anime andarono appunto incontro a queste esigenze. Dal 1978 in fascia preserale, iniziarono le avventure di Atlas UFO Robot [vedi immagine] che segnarono l’avvento di una nuova era per i cartoni animati televisivi trasmessi in Italia.
  • Atlas Ufo Robot Atlas Ufo Robot
Il processo era ormai inarrestabile, il grandissimo successo provocò una corsa tra RAI e TV private per accaparrarsi altri cartoni e in rapida successione tra il 1978 e il 1980 esordirono sugli schermi un’infinità di altre serie dai temi più disparati. Bisogna infatti ricordare che dal 1976 avvenne un cambiamento legislativo che portò alla moltiplicazione delle emittenti private nazionali e locali, le quali si trovarono costrette a dover riempire ore e ore di programmazione nel modo più economico possibile. Gli anime da questo punto di vista furono il prodotto ideale. Infatti non solo costava poco acquistare le serie giapponesi, ma esse costituivano sicuramente uno spettacolo del tutto originale per l’epoca. Bisogna tenere in considerazione infatti il grande impatto che inizialmente tale tipo di prodotto aveva avuto nella televisione italiana.

Il pubblico si trovò di fronte a qualcosa di completamente nuovo rispetto a ciò che era abituato a vedere. I cartoni animati che aveva visto fin’ora, quelli di Hanna e Barbera per intenderci, appartenevano a tutt’altro mondo. Le serie animate nipponiche erano pertanto un prodotto economico, di grande impatto e, cosa non da poco, con alte potenzialità pubblicitarie. Inoltre era facilmente reperibile dato che le case di produzioni giapponesi creavano serie in gran quantità ed erano disposte a venderle in Occidente a prezzi bassissimi dato che nel loro paese erano già state ampiamente sfruttate Il successo ottenuto dagli anime fu quindi repentino e travolgente. Quello che in Giappone era stato definito anime boom, sviluppatosi tra il 1977 e il 1983, stava avvenendo anche in Italia.
Il mondo dell'editoria non tardò a fiutare l'affare e ad adeguarsi: librerie e edicole furono invase da libri, fumetti ed albi di figurine con i nuovi eroi del Sol Levante. In un'epoca in cui i videoregistratori erano ancora un lusso per pochi tali pubblicazioni servivano a mantenere la continuità fra la trasmissione di un episodio e l'altro. Inoltre esse contribuivano ad avvicinare i lettori ai propri beniamini con materiale che si poteva conservare e guardare a proprio piacimento, al contrario di quello che avveniva col prodotto televisivo.
Il merchandising che ruota attorno alle serie animate infatti rappresenta una fonte di introiti fondamentale. In Giappone la commercializzazione di prodotti legati agli eroi della celluloide rende molto di più che la messa in onda della serie stessa ed è l’unico modo per poterne ricavare dei profitti. Proprio per tale motivo l’unico paletto imposto durante la vendita dei diritti per la trasmissione di un determinato anime furono e sono tutt’ora proprio nell’ambito del merchandising. Le case di produzione infatti, se non addirittura gli stessi autori, si riservano i diritti su simboli, nomi e personaggi. Ma non per questo gli affari fatti dalle varie reti italiane sono poco vantaggiosi: tutt’altro. In tutto il periodo che va infatti dal 1978 al 1983 vede la maggior parte delle emittenti, pubbliche e private non fa alcuna differenza, avvicendarsi in una folle gara per accaparrarsi più serie possibili. Il fenomeno fu decisamente dilagante e di proporzioni mai viste.